sterilizzazione

La sterilizzazione delle femmine è l’intervento chirurgico più frequente nei cani e nei gatti.

 

Viene proposta per quattro motivi principali:

1. per prevenire patologie o trattare i tumori influenzati dagli ormoni sessuali quali: tumori mammari, adenomi perianali, tumori ovarici e uterini, ma anche le pseudogravidanze (in gergo definite gravidanze isteriche);

2. per risolvere patologie dell’ apparato riproduttore come l’endometrite e la piometra (accumulo di pus nell’utero);

3. per favorire la stabilizzazione di malattie come diabete e l’epilessia. In alcuni animali poi si pratica la sterilizzazione per prevenire o modificare anomalie comportamentali;

4. per evitare la riproduzione ed alimentare il randagismo.

 

Vi sono due tipologie di intervento: la rimozione delle sole ovaie (ovariectomia) in genere suggerita quando il cane è giovane e l’ asportazione di ovaie e utero (ovaristerectomia) quando l’intervento viene consigliato nel cane adulto o quando l’utero mostra un quadro patologico in atto.

 

Quando effettuare la sterilizzazione? E’ meglio farla il prima possibile perché questo intervento previene l’insorgenza di tumori mammari. Nel cane il 50% di queste neoplasie è di tipo maligno, salendo fino al 90% nei gatti, ed è rappresentato da carcinomi maligni, adenocarcinomi e sarcomi. Se viene eseguita prima del primo calore nel cane, il rischio che contragga in seguito un tumore alla mammella è solo dello 0,5%; dopo il primo estro arriva all’ 8% e dopo il secondo estro cresce fino al 26%

Una falsa credenza da sfatare è poi che la cagna sterilizzata debba necessariamente andare incontro all’obesità. In realtà il metabolismo basale diminuisce, ma se viene modificata la dieta e le si propone un adeguato esercizio fisico, il pericolo è scongiurato.

 

La gatta sterilizzata, soprattutto se vive in casa, ha bisogno di un’attenzione particolare per ciò che riguarda il regime alimentare. Deve essere pesata settimanalmente dopo l’intervento in modo da poter intervenire per tempo nel caso in cui il peso tenda ad

aumentare.

 

La controindicazione derivante da questo tipo di chirurgia è l’incontinenza urinaria, che si verifica solo in casi sporadici ed è in ogni caso agevolmente controllabile con un la somministrazione di un farmaco specifico.

La sindrome dilatazione-torsione gastrica (GDV) è un grave evento patologico che interessa in particolar modo i cani di taglia medio-grande e gigante. Essa ha una rapida evoluzione manifestandosi nella sua forma più drammatica in poche ore e rappresenta, dal un punto di vista medico, un’ emergenza assoluta. Se non diagnosticata per tempo e trattata in modo adeguato, l’animale va’ incontro a morte certa.

 

In caso di dilatazione, lo stomaco subisce una distensione che spesso si complica con l’insorgere di una torsione sul proprio asse. Cio’ determina uno strozzamento che impedisce lo svuotamento gastrico con ristagno al suo interno di cibo e liquidi. Le conseguenti fermentazioni delle ingesta determinano una sempre maggiore distensione dell’organo. Questa situazione comporta complicanze gravi anche per altri organi: producendo compressione sul fegato e sui grossi vasi addominali, congestione dell’intestino, riduzione della gittata cardiaca, shock e coagulazione intravasale disseminata. La milza, per ragioni anatomiche, è l’organo che maggiormente entra in sofferenza in seguito a questa patologia, tanto che a volte risulta inevitabile la sua asportazione chirugica.

Radiografia in proiezione dorso-ventrale
Radiografia in proiezione laterale

Quali sono i sintomi? Come dicevamo la DGV ha uno sviluppo improvviso, quindi il cane fino a qualche ora prima non mostra alcun sintomo. I segni che classicamente caratterizzano il problema sono: agitazione, irrequietezza, salivazione intensa, tentativi improduttivi di vomitare, dolorabilità addominale, difficoltà nella deambulazione. In fase avanzata invece si evidenziano i sintomi che precedono lo stato di shock quali: aumento della frequenza cardiaca, polso debole, respiro affannoso e veloce, debolezza, gengive e lingua pallide, collasso.

 

Il trattamento deve essere tempestivo, inizialmente è di tipo intensivo ed ha lo scopo di riequilibrare lo stato di shock e di decomprimere lo stomaco. E’ fondamentale stabilizzare il paziente per prepararlo all’eventuale chirurgia, che va eseguita il più presto possibile, non appena il ”rischio anestesiologico” diviene accettabile. L’operazione di solito prevede anche la gastropessi, ovvero la fissazione dello stomaco (nella sua naturale posizione) alla parete addominale, al fine di prevenire eventuali recidive.

 

Come prevenzione, per minimizzare il rischio di GDV, si possono mettere in atto vari accorgimenti:

  • dare da mangiare ai nostri amici almeno due volte al giorno; un solo pasto giornaliero, infatti, causa un digiuno prolungato con insorgenza di eccessiva fame e ingordigia e conseguente deglutizione di aria tra un boccone e l’altro
  • evitare l’attività fisica subito prima e tanto meno dopo il consumo dei pasti
  • rispettare gli stessi intervalli temporali tra un pasto e l’altro e fornire le stesse dosi di cibo
  • effettuare la gastropessi preventiva.

Rappresentazione grafica dello stomaco in corso di GDV

stomaco in corso di GDV

La rottura del diaframma si verifica a seguito di un trauma che determina un aumento eccessivo della pressione intra-addominale. Ciò determina la migrazione di uno o più visceri dalla cavità addominale verso la cavità toracica.

 

Nel decorso della patologia possono comparire problemi respiratori, ma non sono infrequenti i quadri cronici asintomatici o che vengono trattati per problematiche digestive.

 

Una percentuale molto elevata di rotture diaframmatiche viene diagnosticata diverse settimane o addirittura mesi dopo che si verifica il trauma.

I segni clinici che inducono il proprietario a portare il proprio animale a visita sono molto vari e vanno da un quadro acuto di shock a problematiche respiratorie, con dispnea e intolleranza all’esercizio, o digestive con vomito, diarrea, perdita di peso. Nei quadri cronici i segni clinici sono meno evidenti e in molti casi passano inosservati dal proprietario. Vengono scoperti spesso in maniera del tutto fortuita durante una visita clinica.

 

La diagnosi si effettua attraverso lo studio radiografico della regione toracica caudale dove si osserva discontinuità nella linea diaframmatica, riduzione della silhouette cardiaca, dislocazione polmonare, presenza di anse intestinali, porzioni di fegato, stomaco, milza, pancreas. La migrazione può riguardare uno o più organi addominali.

L’ analisi ecografica del diaframma può fornire informazioni utili alla diagnosi qualora vi sia un versamento pleurico e l’immagine radiografica non evidenzi in maniera netta una sua rottura.

 

Una volta arrivati ad una diagnosi di certezza, il trattamento per la correzione di tale difetto è di pertinenza chirurgica. La riparazione di una rottura diaframmatica in un paziente acuto deve essere posticipata fino a che il suo quadro clinico non risulti stabile.

 

L’ intervento chirurgico, molto complesso, può essere ulteriormente complicato dal tipo di lesione diaframmatica e dalle eventuali aderenze che si siano create nel tempo. L’esperienza dell’anestesista e del chirurgo e la disponibilità di apparecchiature di ventilazione automatica nonchè di un monitoraggio anestesiologico avanzato riducono i rischi, di per sé molto elevati, legati a questo tipo di chirurgia.

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